Da ingrediente a simbolo: come la pasta è diventata un oggetto di design italiano
- Federico Menetto
- 24 nov 2025
- Tempo di lettura: 2 min
La pasta è considerata un alimento quotidiano, semplice e accessibile. Eppure la sua storia racconta un percorso che va oltre la cucina e tocca il design, la cultura materiale e l’identità nazionale. Il formato di pasta non è solo una scelta gastronomica, ma un linguaggio. Ogni forma nasce da un’esigenza precisa, tecnica o culturale, e porta con sé un modo di rappresentare l’Italia.
Le prime tracce di una logica progettuale compaiono già nelle produzioni artigiane del Sud, dove i formati venivano modellati a mano con strumenti rudimentali. La forma seguiva la funzione. Alcuni formati servivano per trattenere i sughi più ricchi, altri per assorbire condimenti semplici a base di olio o verdure. Il territorio e gli ingredienti disponibili influenzavano le geometrie. La pasta era un elemento della vita quotidiana, ma allo stesso tempo un oggetto studiato, replicabile, trasmissibile.
Con la meccanizzazione nasce un nuovo tipo di creatività. Le trafile permettono di rendere costante una forma e di sperimentare varianti. È qui che la pasta inizia a sfiorare il concetto moderno di design: osservazione, funzione, produzione. L’Italia, grazie alla sua tradizione cerealicola e alla diffusione dei pastifici familiari, diventa un laboratorio permanente.
Ogni regione lascia un’impronta, un’interpretazione del rapporto tra forma, densità e ruvidità. Prima ancora che esistesse il termine food design, la pasta ne era già un esempio inconsapevole.
Il Novecento porta un altro passaggio: la pasta diventa cultura visiva. Le pubblicità, le illustrazioni e i formati iconici entrano nell’immaginario collettivo. Un pacco di pasta comunica appartenenza. Alcuni formati diventano simboli riconoscibili, legati a una memoria condivisa. È lo stesso meccanismo che trasforma un oggetto d’uso quotidiano in un pezzo di design industriale.
Oggi la riflessione sulla pasta si è spostata su un terreno nuovo, dove tecnica e identità si intrecciano. I formati non vengono più pensati solo in funzione della cottura, ma anche della performance gastronomica, della resa visiva e dell’impatto culturale. La ricerca dei materiali con cui vengono costruite le trafile, il rapporto tra consistenza e superficie, il tempo di essiccazione: tutto contribuisce alla definizione di un prodotto che non è più soltanto un alimento, ma una forma che rappresenta un’idea.

In questo scenario, l’emergere di formati progettati come oggetti di design apre una fase diversa. Non è un esercizio di stile. È un tentativo di restituire alla pasta la stessa dignità culturale che negli anni hanno ottenuto altri prodotti della tradizione italiana. Il formato non è un pretesto: è il risultato di una visione, di una serie di scelte tecniche e di un’estetica coerente.
La pasta continua a evolversi. Ogni nuovo formato racconta il momento storico in cui nasce. Ci dice come mangiamo, come cuciniamo, cosa cerchiamo. Osservare la pasta come un oggetto di design significa riconoscere che, dietro la sua apparente semplicità, c’è un patrimonio di idee, saperi e creatività che appartiene profondamente al Paese che l’ha resa un simbolo.


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